Non vi ho mai parlato di uno dei miei romanzi preferiti. Che è stato scritto, piuttosto in controtendenza rispetto ai miei gusti, in questo decennio. Di questa vita menzognera (Feltrinelli 2003) è un grande libro per tanti motivi: innanzitutto per l'enorme cultura di Giuseppe Montasano, cultura letteraria, filosofica, popolare, politica... Montesano incasella tutti questi tasselli iper-intellettuali in un enorme mosaico di citazioni e rimandi, con maestria e precisione; inoltre per la carrellata di personaggi, alcuni caratterizzati simbolicamente, altri psicologicamente, altri ancora in modo molto più ambiguo ed interessante (il dandy Cardano, in eterno bilico fra essere e apparire, mentire e giurare), ma tutti indimenticabili nella loro umanità grottesca; poi l'attualità, ingigantita ed esagerata ma mai distorta, con una gran dose di fantasia tutt’altro che gratuita; infine lo stile, secco, teso, mordace, vissuto (magistrale l'uso del discorso indiretto): la tastiera di Montesano tocca un po’ tutti i registri, dal tragico al demenziale al poetico, con numerose contaminazioni (anche dialettali).
La società, ci dice Montesano, imbocca strade pericolose: il popolo è un gregge pronto a seguire il primo che passa; la classe dirigente, incarnata nella famiglia dei Negromante, ben lungi dall’essere illuminata, è pacchiana, arrogante e criminale; gli oppositori individualisti, flebili fiammelle che splendono nell’oscurità generale (il dandy Cardano, l’evangelico Andrea, Bianca, Nadja, il misterioso Scardanelli) sono falliti cronici, quasi per statuto.
Ci sono speranze per il mondo di oggi? E’ ancora possibile salvarsi dalla falsità e dalla corruzione imperanti, come auspica Scardanelli, “perché una rosa è una rosa, il pane è il pane, la bellezza è la bellezza”? Forse la risposta è nella poesia di Blok da cui Montesano prende il titolo del suo romanzo:
"Ma di questa vita menzognera
cancella l'untuoso rossetto
e, come talpa timida, nasconditi
sotto terra alla luce ed impietrisci,
tutta la vita odiando con ferocia
e tenendo in disprezzo questo mondo,
e anche non vedendo l'avvenire,
dì no ai giorni del presente."

Progresso, civiltà, nobiltà e morale sono termini che raramente vanno di pari passo. Già Tacito nel suo De origine et situ Germanorum (98 d.C.) scrive:
“Quando si viene a battaglia, è disonorevole per un principe essere battuto in valore dal suo seguito, ma è anche disonorevole per i membri del seguito non uguagliare il valore del principe. Costituisce poi motivo di infame obbrobrio ritornare dalla battaglia, sopravvivendo al proprio principe. Il più forte obbligo morale sta nel difendere e proteggere il principe, nell’ascrivere a gloria sua anche i propri atti di coraggio: i principi combattono per la vittoria, i gregari per il loro principe. Se la tribù in cui sono nati si intorpidisce in una pace lunga e oziosa, molti giovani nobili, di loro iniziativa, raggiungono altre tribù che sono in stato di guerra… E come stipendio vale l’imbandigione di banchetti, non certo raffinati ma sicuramente abbondanti. Guerre e saccheggi consentono tale liberalità. Non si potrebbe certo indurre facilmente questi giovani ad arare la terra e ad aspettare le stagioni” (cap. XIV)
La lealtà e la vitalità guerresca dei Germani è ciò che Roma ha dimenticato, intorpidita da decenni di benessere, agio e vizi. Anche la moralità familiare dei popoli barbari è da ammirare, se paragonata a quella dell’Urbe:
“…non vi è tra le loro consuetudini una che potrebbe essere maggiormente lodata. Essi infatti sono paghi di una moglie ciascuno… Non sono le mogli a portare la dote al marito, ma i mariti alla moglie. Alla cerimonia assistono genitori e parenti che valutano i doni scelti non per appagare i capricci muliebri né per dare di che adornarsi alla nuova sposa: si tratta invece di buoi, di un cavallo bardato di tutto punto e di uno scudo con framea e spada… La moglie non deve sentirsi estranea ai pensieri di eroiche azioni e alle vicende belliche: a questo scopo, proprio all’inizio del matrimonio, gli stessi auspici rituali la ammoniscono che essa viene associata alle fatiche e ai pericoli e che tanto in pace quanto in guerra soffrirà come il marito e dovrà avere il suo stesso coraggio. È questo il significato dei buoi aggiogati… Le donne vivono in una castità ben difesa, non corrotte dalle seduzioni di alcuno spettacolo e dagli stimoli di alcun banchetto… In mezzo ad un popolo tanto numeroso, gli adulteri sono pochissimi: la pena è immediata e demandata al marito. Egli taglia le chiome alla moglie davanti ai parenti, la scaccia di casa e la insegue a sferzate per tutto il villaggio… Lì i vizi non suscitano complici ilarità e non si usa dare il nome di moda al corrompere e all’essere corrotti” (cap. XVIII-XIX)
La crescente, cancerogena civilizzazione Romana ha reso l’Impero debole e fiacco, nonché corrotto. Tacito, ovviamente, loda i Germani non per un’ipotetica solidarietà verso di loro, ma per sottolineare che è da Nord che il pericolo potrebbe arrivare, da un popolo che non ha abbandonato la fierezza e quindi la forza.
Tacito non era però mai stato in Germania. Il suo era più un trattato di filosofia morale che uno studio etnografico. Questa filosofia astratta e libera secondo cui la barbarie sarebbe, almeno in una certa misura, una cura necessaria contro i mali del progresso, ha avuto molto successo nel XVIII secolo, sotto il
nome di mito del buon selvaggio. Scrive Rousseau all’inizio dell’Emilio:
(“Ogni cosa è buona mentre lascia le mani del Creatore delle cose; ogni cosa degenera nelle mani dell'uomo.”)
Lo stato primitivo dell’uomo è quello in cui si possono realizzare al massimo le sue doti; l’Emilio è un trattato sull’educazione, che pone come suo fondamento proprio il principio della naturalità. Un concetto che, con altre parole e con altri intenti, il Cristianesimo aveva già elaborato: il libro della Genesi non è altro che il mito dei buoni selvaggi Adamo ed Eva che, cercando la conoscenza e il progresso trovano il peccato e la dannazione; ci vorrà Cristo con la sua semplicità per riportare l’uomo al suo stato di naturale purezza. Il peccato originale in questo senso può essere considerato proprio il peccato della civilizzazione.
Numerosissime le attestazioni letterarie che si rifanno tanto alla laicità Rousseauiana quanto al fideismo biblico: Robinson Crusoe (Defoe), Frankenstein (Shilley), Moby Dick (Melville)… Ma anche Tarzan, di E. R. Burroughs.
Tarzan cresce fra le scimmie ed è per questo un eroe puro e generoso, non macchiato dagli orrori del mondo civilizzato. Scoprendo le sue origini ed incontrando Jane cerca di fare una sintesi fra l’uomo e la scimmia che sono in lui, che si rivela impossibile da realizzare. La natura vince sulla cultura, ci dice Burroughs.
Un decennio o due dopo Tarzan nasce uno dei personaggi più grandi del Fantasy di tutti i tempi, Conan il Barbaro, dalla penna di R. E. Howard. Conan è un Cimmero che vaga per il mondo civilizzato alla ricerca di avventure e fortuna. La sua mano, spesso violenta, è mossa solo dalle necessità basilari dell’uomo primitivo. Conan fatica a comprendere la civiltà, la sua corruzione e i suoi valori:
“«La barbarie è lo stato naturale dell'umanità», disse l'uomo della frontiera guardando ancora seriamente il cimmero. «La civiltà è innaturale. È un capriccio delle circostanze. E la barbarie, alla fine, deve sempre trionfare.»” (R. E. Howard, Oltre il fiume nero in Tutti i Cicli Fantastici, vv. I, II)
Conan fa prevalere, a suon di spadate, nobiltà, lealtà e forza (i valori barbari) sugli astrusi meccanismi della civiltà.
Di ritorno da Barcellona vi porto un gruppo... Norvegese! Uno di quei gruppi a caso che prima di partire ho caricato sul lettore mp3 (mi ero promesso dopo belle recensioni in giro per il web di ascoltarlo, ma il tempo era poco): Serena Maneesh.
"Laudato si, mi signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare.
Guai a quelli, ke morrano ne le peccata mortali:
beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda nol farrà male."
Ci siamo, Dampyr è arrivato al numero cento, "Il re del mondo". Come promesso da Colombo e Boselli grandi cose accadono in questo numero, come nei tre precedenti (e presumibilmente nei successivi): la continuity narrativa è sempre più serrata, molte sono le rivelazioni, ma siamo ben lungi dall'afferrare i veri segreti dei Maestri della Notte e del Multiuniverso.
Parlare di Giovanni Lindo Ferretti e della sua "conversione" intellettuale può essere estremamente facile o estremamente difficile. Facile se si cercano su Google i forum di certi fan, indignati per il "tradimento" del loro cantante preferito, difficile se si prova a capire qualcosa traendolo dalla sua produzione artistica.