mercoledì, 27 agosto 2008
Dopo tante vicissitudini, posto due estratti dal concerto che ho tenuto con il mio gruppo a Pino Torinese ormai diversi mesi fa. Sono entrambe cover, ma stiamo lavorando a cose nostre... Il primo brano lo conoscete tutti, e forse qualcuno storcerà il naso, ma tant'è. Il secondo è "Dentro Marilyn" degli Afterhours.



postato da: EnricoDiPalma alle ore agosto 27, 2008 17:33 | Permalink | commenti
categoria:musica
sabato, 23 agosto 2008

Non vi ho mai parlato di uno dei miei romanzi preferiti. Che è stato scritto, piuttosto in controtendenza rispetto ai miei gusti, in questo decennio. Di questa vita menzognera (Feltrinelli 2003) è un grande libro per tanti motivi: innanzitutto per l'enorme cultura di Giuseppe Montasano, cultura letteraria, filosofica, popolare, politica... Montesano incasella tutti questi tasselli iper-intellettuali in un enorme mosaico di citazioni e rimandi, con maestria e precisione; inoltre per la carrellata di personaggi, alcuni caratterizzati simbolicamente, altri psicologicamente, altri ancora in modo molto più ambiguo ed interessante (il dandy Cardano, in eterno bilico fra essere e apparire, mentire e giurare), ma tutti indimenticabili nella loro umanità grottesca; poi l'attualità, ingigantita ed esagerata ma mai distorta, con una gran dose di fantasia tutt’altro che gratuita; infine lo stile, secco, teso, mordace, vissuto (magistrale l'uso del discorso indiretto): la tastiera di Montesano tocca un po’ tutti i registri, dal tragico al demenziale al poetico, con numerose contaminazioni (anche dialettali).

La società, ci dice Montesano, imbocca strade pericolose: il popolo è un gregge pronto a seguire il primo che passa; la classe dirigente, incarnata nella famiglia dei Negromante, ben lungi dall’essere illuminata, è pacchiana, arrogante e criminale; gli oppositori individualisti, flebili fiammelle che splendono nell’oscurità generale (il dandy Cardano, l’evangelico Andrea, Bianca, Nadja, il misterioso Scardanelli) sono falliti cronici, quasi per statuto.
Ci sono speranze per il mondo di oggi? E’ ancora possibile salvarsi dalla falsità e dalla corruzione imperanti, come auspica Scardanelli, “perché una rosa è una rosa, il pane è il pane, la bellezza è la bellezza”? Forse la risposta è nella poesia di Blok da cui Montesano prende il titolo del suo romanzo:

"Ma di questa vita menzognera
cancella l'untuoso rossetto
e, come talpa timida, nasconditi
sotto terra alla luce ed impietrisci,
tutta la vita odiando con ferocia
e tenendo in disprezzo questo mondo,
e anche non vedendo l'avvenire,
no ai giorni del presente.
"

postato da: EnricoDiPalma alle ore agosto 23, 2008 14:23 | Permalink | commenti (2)
categoria:poesia, romanzo, dandy
giovedì, 31 luglio 2008

Cos'è lo strano diagramma riportato qui sopra? Semplice, è un FoodPairing Tree, in particolare quello del cioccolato. Quella del FoodPairing è una pratica ormai affermata nel mondo della cucina, in particolare di quella molecolare. L'albero rappresenta molti possibili abbinamenti possibili con il cioccolato ma, al contrario di ciò che facciamo tutti noi, non si rifà alla tradizione o a prove empiriche, ma alle proprietà olfattive dei cibi. Oltre ai sapori veri e propri (quelli percepiti dalle papille gustative, ossia dolce, salato, amaro, aspro, umami) ogni alimento ha infatti una gamma numerosissima di componenti olfattive, che sarebbero le garanti dell'accoppiamento culinario.
Nel caso del cioccolato, come vediamo, un sorprendente abbinamento è quello con la carne. Ma nemmeno troppo, se pensiamo a numerose ricette della tradizione italiana, che abbinano a carni dalla lunga cottura una spolverata di cacao. Questo è dovuto, come spiega il bellissimo blog Scienza in cucina di Dario Bressanini, alle molecole della famiglia dei furanoni e delle pirazine, che i due alimenti condividono.

Il connubio scienza-cucina mi ha sempre affascinato senza mai convincermi del tutto. Un piatto per me è portatore di tradizioni, di culture, di storie che lo rendono molto più che un agglomerato di molecole abbinate olfattivamente. Non amo, quindi, la cucina molecolare. Allo stesso tempo però sono scettico dinanzi all'approccio puramente "artistico"; la cucina (come la poesia, la pittura, la musica) è prima di tutto artigianato.
Poe e Nietzsche (linko due vecchi post, per comprendere dove si va a parere) approverebbero, forse.

Se non lo si prende in maniera deterministica, il FoodPairing può essere un felice strumento di invenzione o un meccanismo per comprendere il successo di molti abbinamenti. Sperimenterò e vi farò sapere, voi fate lo stesso...
postato da: EnricoDiPalma alle ore luglio 31, 2008 15:28 | Permalink | commenti (2)
categoria:cibo, scienza, estetica
mercoledì, 30 luglio 2008
...Mentre il blog faticosamente si avvia verso le 15000 visite, vi mostro un po' di cambiamenti nella struttura del sito e nei Tool (si dice così in informatichese, vero?) che ho aggiunto ultimamente.
Innanzitutto ho messo a disposizione anche su questo blog tutti i numeri di Dawn in Absinth da scaricare e diffondere liberamente (qui il My Space). Purtroppo litigo spesso con i siti di host, quindi vi prego di segnalarmelo qualora  non funzionasse qualcosa (posso darvi un altro link o spedirvi tutto io via mail).
Seconda cosa: vagando per il web ho trovato un piccolo box per ricercare su Wikipedia, che può risultare utile per approfondire eventuali accenni nei post; consigliatissimo anche il box di Wiki che si integra nella barra di ricerca di Google (non trovo il link per scaricarlo, al momento).
ANobii - chi ormai non lo conosce? - è la terza novità: questo sito permette di tenere aggiornata la propria libreria, scoprire nuovi libri e confrontarsi con migliaia di altri lettori. Date un'occhiata alla mia libreria, rimarrete conquistati da questo ameno spazio su internet:  La mia libreria.
L'ultima non è proprio una novità, nel senso che ormai tutti i siti/blog ce l'hanno: il contatore ShinyStat. NonTremo non l'aveva. E ora ce l'ha. Così mi potrò divertire leggendo (e pubblicando) le chiavi di ricerca più eccentriche.
postato da: EnricoDiPalma alle ore luglio 30, 2008 16:37 | Permalink | commenti (3)
categoria:dawn in absinth
martedì, 22 luglio 2008
Progresso, civiltà, nobiltà e morale sono termini che raramente vanno di pari passo. Già Tacito nel suo De origine et situ Germanorum (98 d.C.) scrive:

Quando si viene a battaglia, è disonorevole per un principe essere battuto in valore dal suo seguito, ma è anche disonorevole per i membri del seguito non uguagliare il valore del principe. Costituisce poi motivo di infame obbrobrio ritornare dalla battaglia, sopravvivendo al proprio principe. Il più forte obbligo morale sta nel difendere e proteggere il principe, nell’ascrivere a gloria sua anche i propri atti di coraggio: i principi combattono per la vittoria, i gregari per il loro principe. Se la tribù in cui sono nati si intorpidisce in una pace lunga e oziosa, molti giovani nobili, di loro iniziativa, raggiungono altre tribù che sono in stato di guerra… E come stipendio vale l’imbandigione di banchetti, non certo raffinati ma sicuramente abbondanti. Guerre e saccheggi consentono tale liberalità. Non si potrebbe certo indurre facilmente questi giovani ad arare la terra e ad aspettare le stagioni” (cap. XIV)

La lealtà e la vitalità guerresca dei Germani è ciò che Roma ha dimenticato, intorpidita da decenni di benessere, agio e vizi. Anche la moralità familiare dei popoli barbari è da ammirare, se paragonata a quella dell’Urbe:

…non vi è tra le loro consuetudini una che potrebbe essere maggiormente lodata. Essi infatti sono paghi di una moglie ciascuno… Non sono le mogli a portare la dote al marito, ma i mariti alla moglie. Alla cerimonia assistono genitori e parenti che valutano i doni scelti non per appagare i capricci muliebri né per dare di che adornarsi alla nuova sposa: si tratta invece di buoi, di un cavallo bardato di tutto punto e di uno scudo con framea e spada… La moglie non deve sentirsi estranea ai pensieri di eroiche azioni e alle vicende belliche: a questo scopo, proprio all’inizio del matrimonio, gli stessi auspici rituali la ammoniscono che essa viene associata alle fatiche e ai pericoli e che tanto in pace quanto in guerra soffrirà come il marito e dovrà avere il suo stesso coraggio. È questo il significato dei buoi aggiogati… Le donne vivono in una castità ben difesa, non corrotte dalle seduzioni di alcuno spettacolo e dagli stimoli di alcun banchetto… In mezzo ad un popolo tanto numeroso, gli adulteri sono pochissimi: la pena è immediata e demandata al marito. Egli taglia le chiome alla moglie davanti ai parenti, la scaccia di casa e la insegue a sferzate per tutto il villaggio… Lì i vizi non suscitano complici ilarità e non si usa dare il nome di moda al corrompere e all’essere corrotti” (cap. XVIII-XIX)

La crescente, cancerogena civilizzazione Romana ha reso l’Impero debole e fiacco, nonché corrotto. Tacito, ovviamente, loda i Germani non per un’ipotetica solidarietà verso di loro, ma per sottolineare che è da Nord che il pericolo potrebbe arrivare, da un popolo che non ha abbandonato la fierezza e quindi la forza.
Tacito non era però mai stato in Germania. Il suo era più un trattato di filosofia morale che uno studio etnografico. Questa filosofia astratta e libera secondo cui la barbarie sarebbe, almeno in una certa misura, una cura necessaria contro i mali del progresso, ha avuto molto successo nel XVIII secolo, sotto il nome di mito del buon selvaggio. Scrive Rousseau all’inizio dell’Emilio:

Tout est bien sortant des mains de l'Auteur des choses, tout dégénère entre les mains de l'homme.
(“Ogni cosa è buona mentre lascia le mani del Creatore delle cose; ogni cosa degenera nelle mani dell'uomo.”)

Lo stato primitivo dell’uomo è quello in cui si possono realizzare al massimo le sue doti; l’Emilio è un trattato sull’educazione, che pone come suo fondamento proprio il principio della naturalità. Un concetto che, con altre parole e con altri intenti, il Cristianesimo aveva già elaborato: il libro della Genesi non è altro che il mito dei buoni selvaggi Adamo ed Eva che, cercando la conoscenza e il progresso trovano il peccato e la dannazione; ci vorrà Cristo con la sua semplicità per riportare l’uomo al suo stato di naturale purezza. Il peccato originale in questo senso può essere considerato proprio il peccato della civilizzazione.
Numerosissime le attestazioni letterarie che si rifanno tanto alla laicità Rousseauiana quanto al fideismo biblico: Robinson Crusoe (Defoe), Frankenstein (Shilley), Moby Dick (Melville)… Ma anche Tarzan, di E. R. Burroughs.
Tarzan cresce fra le scimmie ed è per questo un eroe puro e generoso, non macchiato dagli orrori del mondo civilizzato. Scoprendo le sue origini ed incontrando Jane cerca di fare una sintesi fra l’uomo e la scimmia che sono in lui, che si rivela impossibile da realizzare. La natura vince sulla cultura, ci dice Burroughs.
Un decennio o due dopo Tarzan nasce uno dei personaggi più grandi del Fantasy di tutti i tempi, Conan il Barbaro, dalla penna di R. E. Howard. Conan è un Cimmero che vaga per il mondo civilizzato alla ricerca di avventure e fortuna. La sua mano, spesso violenta, è mossa solo dalle necessità basilari dell’uomo primitivo. Conan fatica a comprendere la civiltà, la sua corruzione e i suoi valori:

“«La barbarie è lo stato naturale dell'umanità», disse l'uomo della frontiera guardando ancora seriamente il cimmero. «La civiltà è innaturale. È un capriccio delle circostanze. E la barbarie, alla fine, deve sempre trionfare.»” (R. E. Howard, Oltre il fiume nero in Tutti i Cicli Fantastici, vv. I, II)

L’ingenuità, la limpidezza e la fiera brutalità di Conan sono il vero filo conduttore delle sue avventure. E’ la lotta del primitivo contro il progresso che divora, trasforma e corrompe.
Conan fa prevalere, a suon di spadate, nobiltà, lealtà e forza (i valori barbari) sugli astrusi meccanismi della civiltà.

postato da: EnricoDiPalma alle ore luglio 22, 2008 16:32 | Permalink | commenti (6)
categoria:letteratura, storia, filosofia, societĂ 
giovedì, 17 luglio 2008
Di ritorno da Barcellona vi porto un gruppo... Norvegese! Uno di quei gruppi a caso che prima di partire ho caricato sul lettore mp3 (mi ero promesso dopo belle recensioni in giro per il web di ascoltarlo, ma il tempo era poco): Serena Maneesh.
Stavolta non chiedetemi rapporti fra significanti e significati, visioni metafisiche, retroterra letterari... Non ancora, perlomeno.

Ebbene, il gruppo suddetto mi ha folgorato.
Sono norvegesi e già è particolare questo; ci sono diversi elementi femminili, e sapete quanto ci intrigano le donne musiciste; fanno un sanissimo e densissimo shoegaze-noise-alternative-rock-pop (si, molto ma molto pop).

Dove si incontrano Sonic Youth, Beatles, My Bloody Valentine, Pink Floyd, Spaceman 3, Velvet Underground...? Nei Serena Maneesh.

Serena Maneesh - Serena Maneesh (2006, Playlouder)

01. Drain Cosmetics
02. Selina's Melodie Fountain
03. Un-Deux
04. Candelighted
05. Beehiver II
06. Her Name Is Suicide
07. Sapphire Eyes High
08. Don't Come Down Here
09. Chorale Lick
10. Simplicity
11. Your Blood In Mine


l'apertura con Drain Cosmetics è delle migliori, un crescendo che saltella fra l'indie più tradizionale e una psichedelia ricercata e straniante. Pezzi più "tradizionali", prova del forte contatto con l'acid rock e con la psichedelia dei '60, sono Selina's Melodie Fountaine, Candelighted, Don't Come Down Here; il Rumore con la R maiuscola si appopria dei SM a più riprese, in Beehiver II, per esempio. Ma le aperture melodiche sono numerosissime e piacevolissime, come l'inaspettato Pop della seconda parte di Un-Deux. Your Blood In Mine, il finale perfetto, desolante e nichilista brano escatologico.

Insomma, fra i (pochissimi) dischi nuovi che ho ascoltato questo si merita di certo il mio gaudio.
postato da: EnricoDiPalma alle ore luglio 17, 2008 09:05 | Permalink | commenti (2)
categoria:musica
domenica, 06 luglio 2008


"Laudato si, mi signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare.
Guai a quelli, ke morrano ne le peccata mortali:
beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda nol farrà male."

(Canticum fratris solis vel Laudes creaturarum, vv. 28-32)

Nonostante le comuni credenze, i Francescani sono stati tutt'altro che un movimento "estremo", al limite dell'ortodossia, addirittura eretico. La loro missione di evangelizzazione si iscrive perfettamente nel tentativo di papa Innocenzo III di giurisdizionalizzare la confessione, rendendola uno strumento di controllo e di istruzione per il popolo cristiano.
Molta, anche nei trattati in latino, era l'attenzione di Francesco d'Assisi nei confronti della confessione e del peccato: la prima era uno strumento indispensabile e, soprattutto, formalizzato, mentre il secondo rimaneva, tradizionalmente, il vero nemico dell'uomo.
La povertà spesso "di spirito", l'amore è quasi sempre "caritas".

Si potrebbe obiettare che la Chiesa osteggiò il movimento Minorita, rifiutandone addirittura la prima volta la domanda di renderlo un ordine ufficiale; a ben vedere l'astio veniva non dalle altre cariche vaticane (tutte favorevoli, Innocenzo sorpattutto), ma dal clero secolare, che vedeva in Francesco un pericoloso concorrente nella predicazione e nella missione evangelizzatrice.
Spesso la sinistra cattolica si è appropriata di Francesco come di un'icona anticlericare, pauperistica, rivoluzionaria, quando invece dovrebbe essere considerato una figura fortemente istituzionale e a fianco dell'ortodossia papale.

Per approfondimenti sull'argomento consiglio l'ottimo volume: Roberto Rusconi, L'ordine dei peccati, il Mulino 2002; mi capitò di studiarlo lo scorso inverno, per un'esame di esegesi delle fonti storiche medioevali, veramente interessante.
postato da: EnricoDiPalma alle ore luglio 06, 2008 14:58 | Permalink | commenti (5)
categoria:letteratura, religione, storia
sabato, 05 luglio 2008
Ci siamo, Dampyr è arrivato al numero cento, "Il re del mondo". Come promesso da Colombo e Boselli grandi cose accadono in questo numero, come nei tre precedenti (e presumibilmente nei successivi): la continuity narrativa è sempre più serrata, molte sono le rivelazioni, ma siamo ben lungi dall'afferrare i veri segreti dei Maestri della Notte e del Multiuniverso.
iniziano a delinearsi i progetti di Draka e il suo ambiguo rapporto con Harlan che, disperso nelle numerose ed oniriche sfaccettature del multiuniverso, è alla ricerca di Kurjak. Tanti sono i volti noti che si riaffacciano in questo albo, alcuni sotto una veste inedita; ancora più affascinante e curata la figura di Martin De Vere, anch'egli viaggiatore inter-dimensionale suo malgrado.

In Harlan si estremizza il dissidio interiore fra il legame con il padre e la sua missione di Dampyr; bene e male si annullano, o meglio si avvicinano fino a renderli indistinguibili. Che strada prenderà il nostro eroe? Il finale, splendidamente aperto, ci fa pensare a ulteriori e gustosissimi stravolgimenti.

Accuratissimi i disegni di Andreucci, già matita della saga Napoletana e di quella Africana: il realismo "piano" del suo tratto gli permette molta libertà nel rendere gli scenari onirici, surreali e fantasiosi (bellissime le citazioni da Escher). I colori a cura di Tenderini e Toffano impreziosiscono il tutto, accentuando lo straniamento e il grottesco delle tavole: già all'uscita di "Dylan Dog Color Fest #1" ebbi modo di apprezzare la loro bravura di coloristi.

La serie che non smette mai di stupirmi per profondità di conoscenze antropologiche e letterarie è arrivata ad un punto di svolta; chissà quanto potranno agire questi cambiamenti sull'andamento della serie generale: non è scontata per la Bonelli (vocata agli episodi singoli) questa scelta, ancora una volta un plauso all'icona del fumetto italiano.
postato da: EnricoDiPalma alle ore luglio 05, 2008 09:40 | Permalink | commenti (2)
categoria:letteratura, fumetti
giovedì, 03 luglio 2008
Parlare di Giovanni Lindo Ferretti e della sua "conversione" intellettuale può essere estremamente facile o estremamente difficile. Facile se si cercano su Google i forum di certi fan, indignati per il "tradimento" del loro cantante preferito, difficile se si prova a capire qualcosa traendolo dalla sua produzione artistica.
E a noi le cose facili non piacciono.
Imprescindibile è la lettura di Reduce, biografia/diario/racconto di Giovanni Lindo Ferretti (Mondadori 2006), che ripercorre con sentimento e passione tutta la vita dell'autore. Quello che pare un "voltafaccia" è in realtà un lento, graduale ma soprattutto coerente cammino.
In questo senso la canzone Orfani e Vedove, che Ferretti scrive con i PGR (D'anime e d'animali, 2004), può essere considerato un sintetico ma significativo romanzo di formazione.
Passiamone rapidamente in rassegna alcuni versi.

io sto, per quel poco che posso e che so, coi più deboli orfani e vedove, che sto per me,
per mia madre e i miei nonni
li ho in gloria.

Il tema della famiglia, dei nonni, delle origini è fondamentale in questa seconda fase Ferrettiana. Tutto quello da cui era scappato viene recuperato ed esasperato, estremizzato, come in un gioco di valori dialettico.

Lorica è preghiera Dio corazza di forti.
fui monaco, guerriero, eretico albigese
bandito, campai d'abigeato
per secoli scomparso dalla storia
ne conservo amorosa memoria


La grande vocazione religiosa ha radici profonde, che fa risalire ad un imprecisato ma mistico medioevo; una vocazione mai pacificata, in perenne stato di resistenza - in questa direzione vanno le immagini guerresche sopra riportate. Alle vesti del crociato/asceta Ferretti avvicina quelle dell'Outcast, del bandito, continuamente in fuga dall'autorità e dall'ordine costituito. Di certo l'immaginario dell'appennino come rifugio per i briganti ha origini storiche, ma dietro potrebbe esserci l'esistenziale esperienza di Ferretti, che con l'arrivo dell'adolescenza fa scomparire il mondo delle origini in un immaginario bosco montuoso lontano dalle contingenze storiche.

a tratti ricompaio come tribù dispersa
napoleonico
aria nuova
"libertà fratellanza uguaglianza"
repubblicano, anticlericale che da secoli e secoli
sono cristiano
antifascista per indole
di fatto e partigiano
so che ci ha liberato l'esercito anglo-americano


Il ricco background culturale - ricco ma selettivo - ha origini anche politiche, da rintracciare nella rivoluzione francese (che non a caso è l'evento della storia moderna comunemente posto all'origine tanto del pensiero socialista quanto di quello liberale) e nei suoi valori, libertà, fratellanza e uguaglianza. L'elemento di continuità fra il Ferretti di prima e quello di dopo è l'antifascismo, la resistenza, non ideologicamente razionale ma "per indole", perché va contro i valori sopracitati e contro l'istintivo cristianesimo di Ferretti. Un cristianesimo vissuto ancora una volta come lotta, non tanto per affermare un modello/sistema, quanto per reagire (si noti ancora una volta il senso di emarginazione e di reazione: "dispersa", "anticlericale", "antifascita"); significativa è l'immagine del partigiano, un partigiano facilmente avvicinabile a quello di Fenoglio, non idealizzato ma perennemente in battaglia, sempre e solo "contro" (non a caso con i CSI dedicò a Fenoglio uno spettacolo dal titolo "La terra, la guerra, una questione privata"). L'ultimo verso, rivelatorio e trasgressivo, suona come una verità scomoda, una presa di coscienza nichilista, un abbandono definitivo ad ogni pensiero idealizzato.

ero comunista del PCI emiliano,
il miglior buon governo cittadino


Il comunismo, come Ferretti ricorda in Reduce, è stata una fase importantissima della sua vita, che non rinnega; E' stata sì una fase, una maschera, ma per certi aspetti una necessità storica. Bisognava essere punk e comunista perché i tempi lo richiedevano, perché il PCI era "il miglior buon governo". Molti credono (a torto) che Ferretti nasca comunista e con la cresta per poi tradire l'ideologia rifugiandosi in un cattolicesimo contadino e conservatore; in realtà - ed è quello che sto cercando di dimostrare - il punk-filosovietico è una transitoria fase culturale (fra i venti ed i quaranta anni), necessario sbocco dell'infanzia e obbligato passaggio per la maturità.

è per me un dovere amare il popolo ebraico
lo stato di Israele
kibbutz kibbutz mossad: kibbutzim mossadim


Altro tasto dolente: dopo "Islam Punk", "Radio Kabul", "Inch'Allah" e così via, il salto dal filoislamismo al filosionismo. L'errore dei fan qui è quello di vedere (e sono loro, adesso, ad adottare uno sguardo conservatore) come necessariamente opposte le due fazioni; per Ferretti invece l'esaltazione di Israele  ha il senso di un bilanciamento: anche qui come nel caso della liberazione Angloamericana ha il sapore contrariato dell'ammissione. E' per Ferretti "un dovere". E peraltro sottolinea la continuità sostanziale fra il suo passato comunista e questa nuova/vecchia apertura ideologica, comunque all'insegna della solidarietà per i lavoratori e dell'uguaglianza: l'immagine del Kibbutz riassume tutto questo.

sono una casa, una famiglia, una stalla
so che la geografia è destino
la storia non si fa, signorile, a tavolino
la libertà, un doveroso pericolo, in verità


Il ritorno alle origini è ineluttabile: questo ci dice Ferretti tirando le fila del discorso; casa, famiglia e stalla (facendo eco al libertà, fratellanza, uguaglianza) sono la terna costitutiva di Ferretti. L'ideologia è ancora presa di mira; il progresso, i sistemi totalizzanti, le scienze assolute sono tutti stigmatizzati come operazioni "a tavolino", artificiosi modelli imposti. E la libertà, la regina dei valori, spesso sacrificata sull'altare delle ideologie, pare essere l'unico dovere dell'uomo. Un pericoloso dovere.

Quell'"In verità" ci dà la conferma che questa canzone è una vera e propria confessione. Ferretti pare indugiare, ma finalmente abbatte ogni bugia, ogni muro ideologico per restituirsi, ora misero e modesto, così come è sempre stato. I tratti salienti del suo Io si sono mascherati spesso, ma mai mutati nella sostanza. La fede, innanzitutto, incondizionata: dal cristianesimo al comunismo, che rimane "fedele alla linea" ed "ortodosso" (dunque fideista; ricordate "fedele alla linea, anche quando l'imperatore non c'è..."?), e che torna cristianesimo. Poi la solidarietà, dai Soviet, alla Casbah, alle campagne, al Kibbutz. Infine la resistenza contro le avversità, lo spirito di eterno eretico, ora contro il fascismo, ora contro il progresso: "Juri spara" perché deve resistere allo schiacciante mondo, come Ferretti monaco/guerriero e come Ferretti punk, o ancora come il Ferretti uomo che si difende dalle accuse di tradimento.

(foto: www.angelotrani.com)

postato da: EnricoDiPalma alle ore luglio 03, 2008 12:43 | Permalink | commenti (6)
categoria:musica, poesia, letteratura
domenica, 29 giugno 2008
Giunge l'estate, pian piano le letture universitarie si diradano... Cosa leggerò quest'estate? Ecco le prime idee, con l'ovvio beneficio del dubbio (ci saranno tante librerie in giro per il mondo che mi aspettano...)


Robert Erwin Howard, Il ciclo di Conan (in Tutti i cicli fantastici) - Dopo estenuanti ricerche ho trovato il cofanetto (fuori catalogo) con tutte le opere del più grande autore Fantasy di sempre. Dimenticate il governatore della California, il vero Conan è più cruento, più forte e soprattutto più loquace.








Italo Calvino, Lezioni americane - Passiamo alla narrativa impegnata ed impegnativa, ma stavolta dall'altro lato del muro, ossia nella teoria. Quasi tutti senza saperlo conosciamo una bella frase di questo saggio: "Alle volte mi sembra che un'epidemia pestilenziale abbia colpito l'umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l'uso della parola..."; vedremo se questi consigli per il nuovo millennio sono davvero così significativi.






Friedrich W. Nietzsche, La volontà di potenza (Scritti postumi per un progetto) - Nonostante ami Nietzsche non mi sono ami cimentato con serietà con questo testo. O meglio, con questi appunti, dato che di frammenti disordinati si tratti. Dopo aver letto il bel testo di Montinari Cosa ha detto Nietzsche, spero di riuscire a capirci qualcosa!







Soren Kierkegaard, Timore e tremore - Un viaggio nella fede, la vera fede incondizionata, tesa fra Abramo e l'esistenzialismo. Mi piace molto Kierkegaard, spero che questo agile libello sia all'altezza degli altri.









Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana - Ebbene si, questo mi manca anche se non dovrebbe mancarmi. Ho già l'acquolina in bocca.










Vitaliano Brancati, Il bell'Antonio - Come sopra; me l'anno consigliato in centinaia, e soprattutto è presente un bellissimo saggio su questo romanzo in Stile Novecento, dunque perché attendere?









Karl Kraus, Gli ultimi giorni dell'umanità - Prima della vacanza a Vienna voglio leggere questa "tragedia in cinque atti", irrappresentabile dato l'enorme sperimentalismo formale. Si parla di prima guerra mondiale, di crollo dei vecchi regimi, di crisi personali... Tanta carne al fuoco.








Hermann Broch, La morte di Virgilio - Ancora un Austriaco, con quello che mi viene presentato da Wikipedia come un "immenso monologo interiore". Il titolo è più che mai evocativo. Vedremo se anche il resto del libro manterrà tale atmosfera.









postato da: EnricoDiPalma alle ore giugno 29, 2008 17:22 | Permalink | commenti (6)
categoria:letteratura, religione, filosofia, romanzo, critica, estetica