Ricordo che qualche anno fa, chiedendo a un simpaticissimo bambino di nome Francesco quale fosse il suo cartone animato preferito (aveva allora appena 7 anni), rimasi spiazzato dalla sua risposta: "è Yellow Submarine dei Beatles!".
Ripensandoci mi è poi parso normale: ai bambini piacciono i colori, il dinamismo delle forme, i giochi di luce, i ritmi ipnotici. Che poi ci fosse un collegamento con i paradisi artificiali è cosa secondaria.
O forse no? I bambini adorano ciò che è fantasioso e fuori dall'ordinario. Amano il Luna Park, che è un po' come un trip lisergico (postumi a parte), amano l'overdose da zuccheri, amano l'anfetiminica irrequitezza... (La ricerca di fuga nella droga è forse per l'adulto l'estremo appiglio al mondo infantile e ai suoi giochi?)

Chidete a un bambino qual è il suo luogo preferito e lui vi dirà "
Disneyland!", probabilmente. Aperto giorno e notte, popolato da esseri macrocefali dalle fattezze fantastiche, colorato come un concerto Pop degli anni '60, tutto a Eurodisney ricorda un viaggio a base di Mescalina. Tutto ha un senso rotatorio, le giostre, le vie, le musiche, gli edifici. Non ci sono problemi nè assilli, a Disneyland.
Il paradiso artificiale Disneyland è solo l'aspetto più esplicito e tangibile di questa identità cartoni-psichedelia. Il team di cartoonisti che da una settantina d'anni disegna i film della Disney ha ben chiaro che la chiave del successo sta in questo: spirali vorticose policrome e deformazioni psicopercettive.
Proviamo a passare rapidamente in rassegna alcuni Classici della Disney per rendercene conto.

Il primo,
Biancaneve e i sette nani (1937), è un ottimo inizio. Al di là della sottotraccia del Veleno-droga della mela, memorabile è la scena del bosco notturno, dove la nostra eroina vede animarsi minacciosi alberi-demoni, il tutto condito da fuochi fatui e lugubri rumori. Un classico esempio di paranoia da viaggio finito male.
Pinocchio (1940) non è da meno. Splendida è la scena della "sbronza-trip" di Pinocchio nel Paese dei Balocchi: fumo, alcol, biliardo, un clima di lascivia generale e la grottesca metamorfosi di Lucignolo in asino.
Uno dei capolavori del genere Psichedelico-Disneyano è dello stesso anno, ed è il memorabile
Fantasia: due ore di musica accompagnata da sequenze lisergiche che ora dilatano ora concentrano le percezioni dell'ignaro bambino, che non capisce niente ma rimane fisso a godersi i cinetici giochi di luce e di suoni.

Nel 1941 c'è
Dumbo, cone le sue memorabili scene fatte di elefanti-Pop e caleidoscopici voli circensi. Un decennio esatto dopo esce un'altra pietra miliare del genere,
Alice nel paese delle meraviglie. Qui il soggetto è complice delle lunghe tirate psichedeliche, con la povera Alice che, con strane pozioni, vede ora ingigantirsi ora rimpicciolire il mondo intorno a lei. E poi stregatti, brucaliffi, cappellai matti, regine... Iltutto con un gusto ante-pop veramente notevole.
La spada nella roccia (1963) ci porta in un medioevo hippy fatto di trasmigrazione dei corpi, di suppellettili volanti ed empatia con la natura, mentre
Il libro della giungla (1967) oltre a ricordarci che "ti bastan poche briciole, lo stretto indispensabile, e i tuoi malanni puoi dimenticar" ci mostra una gustosa scena di ipnosi lisergica (Kaa e il piccolo Mowgli). Nel 1977, mentre nel mondo reale i Punk riscoprono i miracoli dei paradisi artificiali, la Disney crea
Winnie the Pooh, affetto da dipendenza fisiologica dal miele. Il suo mondo, ancora una volta coloratissimo, fa molto comunità-agricola-figli-dei-fiori, autoproduzione e autoconsumo sembrano le parole d'ordine.
Con La
Sirenetta (1989) si entra in una nuova generazione di cartoni, più spettacolari e approfonditi dal punto di vista narrativo. Ciò non toglie - anzi potenzia - il carattere drugs&rock'n'roll delle pellicole. "In fondo al mar", con tanto di orchestra coloratissima e vorticante è lì a ricordarcelo.
Aladdin (1992) ci stupisce nella Caverna delle Meraviglie con l'esibizione woodstockiana e fuori di testa del Genio e poco dopo con la parata di Alì Ababwa. Il tutto condito dal trip "preso male" di quando è Jafar a prendere il controllo del Genio. Due anni dopo
il Re Leone commuove le sale e ammalia i bambini con il viaggio mescalinico di "voglio diventar presto un re", con le erbe e le radici ultramondane dello sciamano Rafiki e con il monito quasi Oraziano di "Hakuna matata".
Pocahontas, nel 1995, è una neo-hippy che fra un Kalumè e l'altro illustra ai bacchettoni europei le meraviglie delle percezioni alterate e dialoga con gli spiriti della natura.
Mulan, Le Follie dell'Imperatore, Lilo e Stich, Koda Fratello Orso, variano sul tema dell'esotismo languido e oltremodo colorato, con scivoloni vorticosi in mondi altri e ultrasensibili.
Insomma, c'è una costante nei gusti dei bambini, che continuano ad amare i lecca lecca colorati a spirale come le battenti litanie delle ninna-nanne, che trova una precisa offerta nei Classici della Disney, policromi, deformi e piacevolmente chiassosi.